
Miele: le ragioni della pessima annata 2016 | intervista all’artigiano
- Redazione Artigiano in Fiera
- 9 anni fa
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L’annata 2016 per il miele è stata definita disastrosa da tutti i giornali, quando all’inizio di settembre sono stati diffusi i dati della raccolta annuale. Anche il 2015 era stato un anno nero per la produzione italiana e il proseguire di questa tendenza negativa ci fa preoccupare. Abbiamo chiesto all’apicultore Giancarlo Costenaro, da tanti anni presente con il suo miele all’Artigiano in Fiera, se l’allarme lanciato dai media è da temere davvero:
Sono ormai tre anni che le fioriture e di conseguenza le produzioni non sono delle migliori. Noi apicultori pensavamo che questo fosse l’anno del “rimbalzo”, perché capita che ci siano due-tre annate negative e poi arriva la stagione buona che ti riporta a alti livelli di produzione. E invece niente: dobbiamo aspettare ancora. In generale l’andamento è stato a macchia di leopardo: l’acacia, che è la prima fioritura, per esempio non è andata bene, col castagno è andata discretamente perché gli alberi si stanno riprendendo dopo un periodo di difficoltà dovuto alla presenza del cinipide, oggi combattuto con l’introduzione di un insetto antagonista. La fioritura del tiglio ha avuto una resa nella media. Il miele millefiori è stato prodotto in certe zone e in altre no, insomma il dato è altalenante e infine la melata non è andata bene. I miei alveari hanno prodotto in media 15 chilogrammi di miele, che è meno del loro potenziale.
I media sono stati catastrofisti, nel descrivere il 2016 come l’anno nero del miele?
Diciamo che un fondo di verità c’è, non è il singolo 2016 a essere stato terribile, ma la somma degli ultimi tre anni. A livello nazionale la produzione è dimezzata negli ultimi anni, su tutto lo Stivale, dalla Calabria al Trentino. Il problema principale è il clima: estati troppo asciutte, inverni troppo caldi e primavere in cui arriva il freddo che non c’era stato nei mesi “giusti”. In particolare sono le temperature minime troppo basse delle notti primaverili a determinare il blocco delle fioriture. L’escursione termica tra giorno e notte è troppo elevata e le piante restano solo belle da vedere, ma del tutto irrilevanti dal punto di vista della sostanza.
C’è da considerare che una stagione di fioriture scarse determina anche la debolezza dell’alveare, perché alle api manca il cibo e di conseguenza sono deboli e soggette alle malattie. Questo elemento diventa un altro anello di un circolo vizioso che abbatte la produzione di miele.
Quali sono le armi dell’apicultore, di fronte a questi problemi?
L’arma principale è il nomadismo: si portano le arnie nei posti giusti dove ci sono le fioriture che ci interessano, nel corso dell’anno. Per esempio con la nostra azienda, che è nella fascia prealpina, portiamo le api anche in pianura e sugli Appennini, in questo modo abbiamo tre possibilità perché ad altezze diverse, le fioriture avvengono in tempi diversi. Questa tecnica da un lato ci permette di contenere la crisi produttiva, ma dall’altro è molto dispendiosa, per esempio in carburante per eseguire tutti gli spostamenti! Solo apicultori professionisti possono mettere in campo questa strategia!

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